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Veneri
di Parabita
Tra
i più antichi documenti dell’arte
mobiliare preistorica italiana, ovvero le
produzioni artistiche su supporti mobili
delle popolazioni di cacciatori-raccoglitori
paleolitici, si collocano le due piccole
sculture femminili d’osso, le cosiddette
Veneri di Parabita. Sebbene rinvenute da
G. Piscopo, studioso locale, fuori strato,
si ritiene che esse appartengano al deposito
gravettiano della cavità interna e
siano dunque inquadrabili tra i 12.000 e
i 11.000 anni fa circa.
Comunemente
designate col termine “veneri”, le rappresentazioni
femminili paleolitiche a tutto tondo o a bassorilievo
venivano scolpite o plasmate in materiali diversi,
principalmente avorio o osso e più
raramente in pietra o argilla. Alla
denominazione, dai chiari richiami mitologici
del classicismo, non deve essere attribuita
però una valenza estetica né tantomeno
bisogna approcciare i caratteri anatomici
delle statuine –
caratterizzate da una estrema pinguedine
del corpo e in particolar modo degli attributi
sessuali
– coi canoni estetici moderni, attribuendo
loro valori funzionali o estetici. Le statuine
paleolitiche che hanno in comune questi
caratteri sono diffuse con notevole uniformità dai
Pirenei, attraverso l’Italia, fino
alle pianure russe e alla zona del lago
Baikal in Siberia, ed ogni reperto,
pur entro uno schema comune, presenta aspetti
di individualità
e originalità. Sebbene resti incerto
il valore della rappresentazione (dea madre
o rappresentazione della fertilità),
queste figurazioni femminili rispondono
spesso, come nel caso degli esemplari di
Parabita, a vere espressioni d’arte
di altissimo pregio artistico, stilistico
e tecnico.
Dei
due esemplari provenienti da Parabita, la
statuina più grande, alta 9 cm e larga
2, è ricavata da una scheggia ossea
di bue o cavallo; sul volto non appare alcun
lineamento, mentre la parte riferibile al
mento e al collo
è solcata da due incisioni parallele
curvilinee, a volere rendere un collare o un
cappuccio. Da qui partono le spalle spioventi
che continuano nelle braccia che, esili in
partenza, si ispessiscono e si congiungono
sotto il ventre prominente, a indicare forse
la gravidanza. I seni del tipo
“ad otre” sono resi con due solchi;
il pube è anch’esso ben evidenziato,
come anche il posteriore, reso con estremo
realismo. Le cosce sono divise da un solo poco
profondo e sono interrotte all’altezza
delle ginocchia. L’altra statuina ha
dimensioni più
ridotte (alta 6,1 cm e larga 1,5 cm) e presenta
caratteri stilistici differenti. Il capo è
tondeggiante, senza indicazione dei lineamenti;
dal collo, reso con un solco, si allargano
le spalle, da cui partono le braccia congiunte
sotto il ventre con l’indicazione generica
di alcune dita. Le mammelle sono pendule e
ovali, il ventre è piatto, i glutei
appena accennati. La parte inferiore è affusolata
e termina in una specie di uncino, elemento
che ha fatto pensare che si tratti di un pendaglio.
L’atteggiamento delle braccia che si
riuniscono al ventre presente nelle veneri
parabitane,
è invece inconsueto nelle altre Veneri
dell’Europa occidentale e trova forti
analogie con le statuette rinvenute nelle lontane
pianure russe. Tali
confronti con manufatti artistici dell’Europa
centrale fanno pensare, se non proprio all’esistenza
di rapporti diretti tra queste grandi aree
culturali, almeno ad una convergenza dei gusti
formali che caratterizzavano i gruppi umani
dei quali le veneri costituiscono parte della
produzione artistica.