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il Comune di Parabita provincia di Lecce
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Bibliografia di riferimento:

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• Fonseca C.D.-Bruno R.-Ingrosso V.-Marotta A., Gli insediamenti rupestri medioevali nel Basso Salento, Galatina 1979, pp. 151-154; Gabrieli G.

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• Ingravallo E. (a cura di), La Passione dell’Origine.

• Giuliano Cremonesi e la ricerca preistorica nel Salento.

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• Leonardi P., Sacralità Arte e Grafia paleolitiche. Splendori e problemi, Calliano 1989;

• Medea A., Gli affreschi delle chiese eremitiche pugliesi, Roma 1939;

• Pisanello G., Parabita: una grotta –sepolcro, «Antiqua», 1, Gennaio-Febbraio 1983, p. 61;

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Veneri di Parabita

Tra i più antichi documenti dell’arte mobiliare preistorica italiana, ovvero le produzioni artistiche su supporti mobili delle popolazioni di cacciatori-raccoglitori paleolitici, si collocano le due piccole sculture femminili d’osso, le cosiddette Veneri di Parabita. Sebbene rinvenute da G. Piscopo, studioso locale, fuori strato, si ritiene che esse appartengano al deposito gravettiano della cavità interna e siano dunque inquadrabili tra i 12.000 e i 11.000 anni fa circa.

 
Comunemente designate col termine “veneri”, le rappresentazioni femminili paleolitiche a tutto tondo o a bassorilievo venivano scolpite o plasmate in materiali diversi, principalmente avorio o osso e più raramente in pietra o argilla. Alla denominazione, dai chiari richiami mitologici del classicismo, non deve essere attribuita però una valenza estetica né tantomeno bisogna approcciare i caratteri anatomici delle statuine – caratterizzate da una estrema pinguedine del corpo e in particolar modo degli attributi sessuali – coi canoni estetici moderni, attribuendo loro valori funzionali o estetici. Le statuine paleolitiche che hanno in comune questi caratteri sono diffuse con notevole uniformità dai Pirenei, attraverso l’Italia, fino alle pianure russe e alla zona del lago Baikal in Siberia, ed ogni reperto, pur entro uno schema comune, presenta aspetti di individualità e originalità. Sebbene resti incerto il valore della rappresentazione (dea madre o rappresentazione della fertilità), queste figurazioni femminili rispondono spesso, come nel caso degli esemplari di Parabita, a vere espressioni d’arte di altissimo pregio artistico, stilistico e tecnico.  
 

Dei due esemplari provenienti da Parabita, la statuina più grande, alta 9 cm e larga 2, è ricavata da una scheggia ossea di bue o cavallo; sul volto non appare alcun lineamento, mentre la parte riferibile al mento e al collo è solcata da due incisioni parallele curvilinee, a volere rendere un collare o un cappuccio. Da qui partono le spalle spioventi che continuano nelle braccia che, esili in partenza, si ispessiscono e si congiungono sotto il ventre prominente, a indicare forse la gravidanza. I seni del tipo “ad otre” sono resi con due solchi; il pube è anch’esso ben evidenziato, come anche il posteriore, reso con estremo realismo. Le cosce sono divise da un solo poco profondo e sono interrotte all’altezza delle ginocchia. L’altra statuina ha dimensioni più ridotte (alta 6,1 cm e larga 1,5 cm) e presenta caratteri stilistici differenti. Il capo è tondeggiante, senza indicazione dei lineamenti; dal collo, reso con un solco, si allargano le spalle, da cui partono le braccia congiunte sotto il ventre con l’indicazione generica di alcune dita. Le mammelle sono pendule e ovali, il ventre è piatto, i glutei appena accennati. La parte inferiore è affusolata e termina in una specie di uncino, elemento che ha fatto pensare che si tratti di un pendaglio. L’atteggiamento delle braccia che si riuniscono al ventre presente nelle veneri parabitane, è invece inconsueto nelle altre Veneri dell’Europa occidentale e trova forti analogie con le statuette rinvenute nelle lontane pianure russe. Tali confronti con manufatti artistici dell’Europa centrale fanno pensare, se non proprio all’esistenza di rapporti diretti tra queste grandi aree culturali, almeno ad una convergenza dei gusti formali che caratterizzavano i gruppi umani dei quali le veneri costituiscono parte della produzione artistica.

 
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