La
Grotta delle Veneri è inquadrata nel
Foglio I.G.M. 214 di Casarano, III S.E.; Coordinate:
Lat. 40°
nord 04’ 22,5” ; Long 18° est 06’ 8,6”;
121 metri s.l.m.
E' raggiungibile percorrendo la Strada
Provinciale Tuglie – Collepasso, da cui ci
si immette ad una strada privata, asfaltata solo per metà.
L’ingresso
della “grotta”, ubicata in un uliveto, è riconoscibile
dal cumulo di terra che lo sormonta, frutto delle campagne
di scavo.
L’
area è raggiungibile grazie anche alla segnaletica
apposta qualche anno fa.
L’esplorazione effettuata
il 18 aprile 1995 e finalizzata
alla realizzazione del rilievo topografico, non ha presentato
alcun genere di difficoltà.
Dall’ingresso,
protetto da una robusta cancellata posta dalla Soprintendenza
Archeologica di Puglia, si accede ad un primo ambiente
caratterizzato da un’ampia sala da cui si diramano
due gallerie in due direzioni opposte.
La galleria che
si sviluppa in direzione Nord-Est è quasi
interamente percorribile in posizione eretta e termina
in prossimità
di piccoli cunicoli , interrotti da ostruzioni naturali;
quella opposta può essere percorsa carponi e nella
parte terminale in posizione orizzontale; di entrambe le
gallerie si prevede una prosecuzione a causa della presenza
di correnti d’aria.
Allo stato attuale è visitabile
solo l’avangrotta, facendo attenzione ad eventuali
distacchi di pietrame, dal bordo del piano di campagna.
La
Grotta delle Veneri
Poco
più di 2 km a Nord-Ovest di Parabita,
all’interno di un uliveto in
località “Tufara”
si apre Grotta delle Veneri, che prende il
nome dalle due statuine femminili paleolitiche
in osso rinvenute negli anni Sessanta del secolo
scorso. L’ampia cavità naturale
di origine carsica, nota
già
prima del rinvenimento delle Veneri col nome “Grotta
Nicola Fazzu” (n. 595 del Catasto delle
Grotte di Puglia), si sviluppa per
una lunghezza complessiva di oltre un centinaio
di metri nei calcari Cretacei della formazione
di Melissano.
Descrizione
Speleologica
La cavità può essere
distinta in due settori: la grotta-riparo esterna,
frutto dei progressivi arretramenti della volta
che hanno generato un ambiente aperto a pianta
grossomodo circolare, dove sono ben evidenti
gli enormi massi di crollo che hanno sigillato
le serie stratigrafiche preistoriche; e la
grotta interna, a sua volta suddivisibile in
un tronco centrale e due cunicoli che si sviluppano
verso Nord e verso Ovest. Un dettagliato rilievo
della grotta, realizzato ai fini di una più accurata
tutela e conoscenza della cavità, è stato
redatto dal Gruppo Speleologico
Neretino nel 1995.
Indagini
archeologiche
Le
prime indagini archeologiche sistematiche
seguite al rinvenimento delle Veneri permisero
di definire le sequenze stratigrafiche della
cavità e
le cronologie della frequentazione preistorica.
Successivamente si registrò
l’ eccezionale
scoperta di una sepoltura del Paleolitico Superiore
databile tra i 35.000 e i 10.000 anni fa,
purtroppo intaccata dalle numerose buche
neolitiche scavate probabilmente a scopo
di culto. Nonostante tale attività abbia comportato l’asportazione
dei crani e degli arti superiori dei defunti,
fu tuttavia possibile mettere in luce i resti
scheletrici di un uomo e una donna della specie
Cro-Magnon e parte del loro corredo
funerario costituito da un ciottolo e una
scheggia di selce tinti d’ocra e 29
canini di cervo forati. Fatto eccezionale
che connota i depositi di Grotta delle Veneri è stato il
ritrovamento durante le successive campagne
di scavo di oltre 400 manufatti d’arte
su pietra e su frammenti d’osso. I
reperti di arte mobiliare presentano una
decorazione geometrica con motivi formati
dal combinarsi di pochi moduli base rigidamente
lineari e rettilinei: si tratta soprattutto
di fasci di linee parallele, bande tratteggiate,
motivi scalariformi, a reticolo racchiuso
in larghe bande o libero, meandri e motivi
a nastro curvilineo. La decorazione geometrica
tende spesso a coprire totalmente almeno
una faccia del supporto, estendendosi sui
bordi e su parte almeno della faccia opposta,
e talvolta tra le incisioni si conservano
tracce d’ocra. La rottura ab
antiquo della maggior parte delle
pietre e delle ossa potrebbe essere un
fatto intenzionale, legato forse a manifestazioni
rituali. L’analisi
dei numerosi manufatti rinvenuti, lo studio
delle successioni di industrie litiche riferibili
alle differenti fasi del Paleolitico e degli
oltre 18.000 frammenti
ceramici compresi tra una fase avanzata del
Neolitico antico e la prima età del
Bronzo (cui si aggiungono anche
reperti d’età storica), hanno permesso
di ricostruire la lunga storia delle frequentazioni
della cavità, che appare
uno dei più significativi giacimenti
preistorici della Puglia.